Corso Martiri della Libertà, terza archistar e un rebus infinito: Catania non ha ancora deciso quale città vuole diventare
Terzo masterplan d'autore per Corso Martiri della Libertà a Catania: dopo Massimiliano Fuksas e Mario Cucinella, tocca al progetto firmato dall'architetto Mario Casamonti. Al di là del dibattito social sui render, la partita sui 6-8 ettari nel cuore della città ruota attorno al bilanciamento tra verde reale, volumetrie e destinazioni d'uso. La riflessione su una governance pubblica che pianifichi a monte anziché limitarsi a correggere a valle, con una proposta aperta al bacino euro-mediterraneo: trasformare il vuoto urbano in un Parco delle Arti integrato nella città dei quindici minuti.

Ritorniamo a parlare di Corso Martiri della Libertà a Catania. Ci ritorniamo perché, dopo Massimiliano Fuksas e Mario Cucinella, oggi è il momento di Mario Casamonti, terza archistar a firmare una proposta di masterplan per una delle aree urbane più complesse di Catania. Un vuoto normativo – sul piano urbanistico – che dura da decenni, tanti proprietari che si sono avvicendati nella possibile gestione, un tira e molla tra Consiglio comunale, Giunta, avvocati e urbanisti sulla domanda del secolo: quanti metri cubi possono realizzare i privati? Quanta superficie devono cedere al pubblico? Eccetera, eccetera.
L’area ha una dimensione considerevole che, nelle diverse proposte, oscillava tra i 6 e gli 8 ettari. Collocata in uno dei punti strategici della città, rappresenta per tutti “la ferita” che Catania deve risanare. Ma come?
Ovviamente, dopo l’ennesimo masterplan pubblicato dalla stampa, sui social si sono scatenati i commentatori, per la maggior parte autorevoli. Nell’era dell’IA e dei render, tutto si gioca sulle immagini che invadono ogni spazio digitale con proposte, controproposte e rappresentazioni ironiche. Cambia il linguaggio della critica. A onor del vero, per ogni masterplan proposto la liturgia della critica è stata sempre la stessa. Poi una lenta fase di metabolizzazione, fino al piano successivo.
Ma cosa non va? I punti chiave riguardano il rapporto tra permeabilità e impermeabilità, cioè la quota di terreno permeabile e di vegetazione prevista nel progetto. Non meno importante è la quantità di alberi previsti perché, oggi, prima di tutto, è indispensabile pensare all’armatura del verde – quello vero – come infrastruttura del progetto, all’interno della quale collocare gli spazi costruiti. Questa, da più parti, è la critica maggiore.
Poi c’è la questione della forma: coerente con il tessuto circostante oppure autonoma? A seguire, i rapporti con quelle porzioni di città che dovrebbero diventare parte del piano complessivo: porto, mare, stazione, centro storico, ecc.
C’è poi la questione della mobilità, strategica e rilevante, e quella dell’offerta funzionale: residenze, commercio, ricettività, spettacolo, cultura, parcheggi, ecc. Un atlante di opportunità che deve fare i conti con il mercato e con il contesto. Insomma, un rebus.
Forse abbiamo dimenticato un tema importante: la governance urbanistica, amministrativa ed economica. In effetti, il vero nodo forse è proprio questo. Sui render, sulle forme dell’architettura e su altro ancora si potrebbe rinviare la discussione. Oggi il tema è la governance complessiva.
Certamente, se l’ente pubblico definisse a monte le necessità e le prestazioni essenziali; se lo facesse attraverso un disegno frutto di un concorso pubblico di idee, aperto a tutti; se, invece di correggere il compitino del più bravo della classe, i privati avessero un tema chiaro da svolgere, forse ci sbrigheremmo prima e meglio.
La comunità degli architetti e degli ingegneri è ovviamente coinvolta nella validazione, almeno sul piano culturale, del piano proposto. Gli stessi professionisti sono spesso i consiglieri dei consiglieri comunali, ai quali spetta il compito di validare le scelte. Ed è qui che si consuma una liturgia complessa, che allunga i tempi, modifica occasionalmente il piano e, paradossalmente, pone le basi per il prossimo tentativo di pianificare l’area.
Questa volta è quella giusta? I nomi che circolano sul piano gestionale fanno pensare di sì. Vedremo.
Una cosa è certa: la città non dovrebbe perdere l’occasione di chiudere questa vicenda. Penso che il grande limite di tutte le proposte non sia stato il modello architettonico e nemmeno l’architetto, ma la mancanza di un elenco di prestazioni pubbliche definite a monte, cioè la mancanza di un piano generale capace di indirizzare la proprietà privata.
Ma un’altra riflessione deve essere dedicata al mercato. Di cosa ha bisogno Catania adesso? Cosa si aspetta da questo grande intervento? Più verde? Più parcheggi? Più spazio collettivo?
Se pensiamo alle regole della domanda e dell’offerta, dobbiamo anche capire che introdurre alcune funzioni urbane significa alterare quell’ecologia complessiva che sostiene il sistema-città. Ecco perché spetta all’ente pubblico il compito di pianificare e indirizzare a monte, non di validare a valle. L’ente pubblico deve avere chiaro il quadro d’insieme.
Rimane un’ultima considerazione. E se l’area diventasse il più grande Parco delle Arti del Mediterraneo, sul modello, per certi versi, dei Giardini della Biennale di Venezia, magari con l’innesto di funzioni afferenti alla città dei quindici minuti?
Forse la Città Metropolitana, la Regione Siciliana e, più in generale, il Mediterraneo ne trarrebbero un beneficio reale e sostenibile. Si potrebbero coinvolgere, sul piano dei capitali e delle risorse, anche le nazioni dei Paesi mediterranei, con una ricaduta economica positiva per gli stessi proprietari dell’area, che potrebbero trovare nuove risorse per portare finalmente a compimento questo cantiere senza fine.
Ma, prima ancora di discutere quale architettura costruire, rimane una domanda: Catania ha deciso quale città vuole diventare?






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